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Pagina 1 di 3 Quando la crescente follia nazista porta Adolf Hitler alla Cancelleria del Reich nel 1933, Bernhard Lichtenberg era stato nominato prevosto della cattedrale di Berlino da appena un mese. Secondo dei cinque figli del commerciante August e di sua moglie Emilie, Lichtenberg era nato ad Ohlau il 3 dicembre 1875 ed era stato ordinato sacerdote il 21 giugno 1899 dal vescovo Georg von Kopp nel duomo di Breslavia. Oppositore del nazismo fin dalle origini, Lichtenberg viene considerato nemico del Reich e osteggiato dalle alte gerarchie del regime che lo additano come “combattente fanatico per la causa cattolica”. Nella preghiera serale in cattedrale, dopo il massacro compiuto dalle squadre della SS nella “notte dei cristalli”, Lichtenberg si rivolge ai presenti con queste parole: “Quel che è stato ieri lo sappiamo. Quel che sarà domani non lo sappiamo. Ma quello che è successo oggi l’abbiamo vissuto. Là fuori la sinagoga è in fiamme: anch’essa è casa di Dio”. L’autunno del 1941 è segnato da un inasprimento della persecuzione antisemita. Al volantino diffuso dal gerarca Goebbels per incitare all’odio razziale, Lichtenberg risponde con una lettera indirizzata ai fedeli: “Nelle case berlinesi viene divulgato un giornale che incita all’odio contro gli ebrei. Esso afferma che ogni cittadino tedesco che per supposta errata sentimentalità aiuta gli ebrei, anche fosse solo tramite una semplice compiacenza, compie un atto di tradimento verso il suo popolo. Non fatevi fuorviare da queste idee non cristiane ma agite secondo i comandamenti di Gesù Cristo: Ama il prossimo tuo come te stesso”.
Nell’ottobre dello stesso anno Lichtenberg viene arrestato e tradotto nelle prigioni naziste. Nonostante le sofferenze e gli interrogatori, il sacerdote mantiene ferma la volontà di difendere la sua fede cristiana: “Se taciamo noi preti, la gente perde del tutto la bussola e non sa più dove si trova”. Deportato dalla Gestapo al campo di concentramento di Dachau, Lichtenberg muore il 3 novembre 1943 durante il tragitto spossato dalla fatica e dalla mancanza di medicinali.
Alla luce della storia, il Novecento è stato a tutti gli effetti “tempo di martirio”. Dal genocidio degli armeni perpetrato dall’impero ottomano ad inizio secolo fino alle vittime più recenti disseminate in ogni angolo del mondo, il sangue versato dai martiri cristiani ha disegnato una mappa dello sterminio compiuto ai danni della Chiesa. Nei documenti elaborati in 5 anni di lavoro e pubblicati nel marzo del 2000, la Commissione per i nuovi martiri costituita da Giovanni Paolo II nel 1995 ha tracciato una prima sintesi del sacrifici o patito dai cristiani. Sono 12.692 i “nuovi martiri” del Novecento: 7.734 vescovi, 2.845 religiosi e 2.113 altre persone. Uomini e donne uccisi per la loro adesione al messaggio di Cristo, senza eccezioni di confini o aree geografiche: 746 in Africa; 1.706 in Asia; 8.670 in Europa; 333 nelle Americhe; 126 in Oceania; 1.111 nella Ex-Unione Sovietica. Numeri impressionanti che offrono indicazioni sulla dimensione reale del “martirologio contemporaneo”, così chiamato da Papa Wojtyla nel discorso d’apertura del Concistoro straordinario (13 giugno 1994) durante il quale chiede un aggiornamento del catalogo dei martiri che renda giustizia al sangue versato dai cristiani perché “al termine del secondo Millennio la Chiesa è diventata nuovamente Chiesa dei martiri”. Il materiale elaborato dalla Commissione, tuttavia, non offre il censimento esatto di tutti i morti in nome della fede nel corso del Novecento. Non tutte le Conferenze episcopali e le Congregazioni religiose interpellate dalla Commissione, infatti, hanno risposto positivamente all’invito di raccogliere testimonianze e documentazione sulle persecuzioni subite dai cristiani nel loro territorio. Una mancanza di dati dovuta soprattutto alla difficoltà di accedere alla memoria di un martirio che, in molti casi, è ancora troppo viva nella percezione dei protagonisti.
Da questa prima ricognizione compiuta su nomi e volti del “secolo del martirio”, emerge un’Europa segnata da totalitarismi e oppressioni. Il 26 maggio 1936 muore nelle isole Solovki, arcipelago della Russia settentrionale, il sacerdote cattolico Nicolaj Aleksandrov. Dopo aver sostituito padre Vladimir Abrikosov alla guida della parrocchia, Aleksandrov viene arrestato nella notte del 12 novembre 1923 con l’accusa di attività controrivoluzionarie. Nel gulag delle Solovki, all’interno delle mura del monastero convertito a campo di lavoro, Aleksandrov si dedica alla formazione di una comunità di fedeli nonostante le condizioni inumane a cui i prigionieri sono sottoposti. Grazie alla sua determinazione, padre Nicolaj ottiene il permesso di celebrare la messa in una cappella che era stata adibita a deposito merci. Nel 1934, Aleksandrov viene rilasciato con il divieto di abitare nei sei centri urbani più importanti dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Impiegato come ingegnere nella città di Dmitrov, padre Nicolaj continua a celebrare in maniera clandestina nell’abitazione privata e viene scoperto dalle autorità comuniste. Incarcerato e processato, Aleksandrov è condannato a 5 anni di lavori forzati. Morirà nelle isole Solovki, all’età di 52 anni.
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’ideologia comunista estende la sua influenza anche ai paesi dell’Europa orientale. Persecuzioni antireligiose, chiusura delle scuole cattoliche, controllo sul clero, abolizione degli ordini religiosi ed emarginazione dei credenti divengono espedienti metodicamente utilizzati in Bulgaria, Polonia, Ungheria e Romania. In Albania, il dogmatismo ideologico e la politica nazionalista di Enver Hoxha porta al bando di Dio dalla società nel 1967. Si inaugura così la persecuzione contro associazioni, congregazioni e fedeli: dei 6 vescovi e 156 preti in vita prima dell’avvento del comunismo, 65 furono uccisi per condanna a morte o sotto tortura e altri 64 si spensero nei campi di lavoro o in prigione. La storia del gesuita Daniel Dajani è un esempio dello spirito che anima coloro che sono disposti a mettere in gioco la propria vita in nome di Cristo. Sottoposto a torture negli anni della detenzione, padre Dajani conservò la dignità di uomo nelle carceri albanesi. Ricorda un detenuto che lo aveva incontrato in galera: “All’ora del pranzo uno di noi ricevette del cibo inviato dalla famiglia e riuscì ad offrirgli un’arancia senza che il guardiano se ne accorgesse. Ma il prete rifiutò con nostra grande sorpresa: ‘No, figlio mio, devi mangiarla tu. Tu sei giovane e ne hai più bisogno di me’. Questo gesto di quell’uomo di Dio in quei momenti orribili fu indescrivibile, così umano, così coraggioso per tutti noi, che eravamo dei giovani”.
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