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Guerra e mass media
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1898, porto dell’Avana. Il cacciatorpediniere statunitense Maine, ancorato in acque cubane, esplode misteriosamente causando la morte di 260 persone. La stampa, ed in particolare il “New York Journal”, diffonde accuse e voci di sabotaggio rivolte agli spagnoli contribuendo a generare un clima di aspettativa per un intervento armato che miri a liberare Cuba dal dominio iberico. Su pressione dell’opinione pubblica il presidente William B. McKinley approva una risoluzione del Congresso che intima l’immediato ritiro delle forze militari spagnole dall’isola e, di fronte al rifiuto opposto da Madrid, giunge all’attesa dichiarazione di guerra. Per la prima volta, il potere dei media gioca un ruolo fondamentale nel dare inizio ad un evento bellico ed offre lo spunto per riflettere sull’importanza che l’informazione ricopre nella narrazione della realtà.
 
Guerra e mass media sono legati da un rapporto profondo. Fatta eccezione per la stampa, la natura stessa dei mezzi di comunicazione di massa è debitrice nei confronti delle tecnologie sviluppate in ambito militare: la radio nasce per esigenze di comunicazione tra soldati, la televisione si sviluppa a partire dal radar e internet è figlio di un progetto avviato dal Ministero della Difesa statunitense per consentire il passaggio di informazioni anche in caso di attacco nucleare. Il legame si intreccia poi ancor di più per ragioni economiche e commerciali, dal momento che la guerra è per i media un terreno fertile dal quale raccogliere materiale che possa essere venduto al pubblico. A queste, si aggiungono anche le logiche giornalistiche che regolano il sistema: utilizzati per definire l’idoneità di un fatto a trasformarsi in notizia, i criteri di notiziabilità” rispondono a parametri di tempo, attualità, pubblico interesse, vicinanza fisica, importanza dei protagonisti e inusualità nonché conflittualità, emotività e drammaticità dell’evento narrato. Sono queste premesse che rendono evidente l’interesse mediatico per i fatti di guerra, rispetto ai quali l’intera collettività mostra una maggiore domanda di informazione che si trasforma in un surplus monetario per le imprese dei media. Ma la funzione svolta dal sistema informativo si estende anche al controllo e al racconto di quanto accade nelle sale dei bottoni e, soprattutto, nelle zone di conflitto. 
La guerra di Crimea del 1854 segna l’inizio di una nuova consuetudine: per l’occasione il “Times” decide di spedire al fronte William Howard Russell, di origine irlandese, inviato in prima linea per redigere un resoconto fedele degli avvenimenti. Con i suoi reportage Russell provoca le prime tensioni fra e politica, componendo articoli che Cartina_Crimeamostrano le difficoltà patite dall’esercito inglese e contraddicono la sensazione di serenità ritratta nelle fotografie commissionate dal governo. Inizia così una relazione di prossimità e lontananza che si estenderà fino ai nostri giorni con esempi quali la guerra di Corea e del Vietnam, che vedono i giornalisti schierati in prima linea e meno legati ai condizionamenti politici, o la tragedia dell’11 settembre 2001, che provoca un’immediata reazione di vicinanza dei media rispetto alle scelte interventiste dell’amministrazione Bush per dare vita soltanto in un secondo momento ad una pluralità di voci su un conflitto ormai avviato.