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Registi del simbolico. Bergman, Dreyer, Bresson |
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Mettere insieme, unire. È questo il significato del termine simbolo, dal verbo greco “symballein”, con riferimento ad una pratica diffusa nel mondo antico e raccontata da Platone nel Simposio. Nella Grecia classica era consuetudine dividere una tessera di terracotta, un anello o una moneta e darne una metà ad un amico. Negli anni, conservando le due parti, le generazioni future potevano riconoscersi fra loro e unendo le metà divise ricordare il valore dell’amicizia. La storia del simbolo è radicata nello studio della semiotica. Nel tentativo di definire il segno, Sant’Agostino scriveva: “aliquid stat pro aliquo”, qualcosa che sta per qualcos’altro. E nella seconda metà dell’Ottocento, Ferdinand de Saussure approfondiva la riflessione individuando nel segno tre caratteristiche: significante, immagine acustica espressa nel suono o nel grafema, significato, rappresentazione semantica, e referente, oggetto concreto a cui il segno rimanda. Ma il simbolo non può essere identificato con il segno dal momento che, benché caratterizzato dalla logica del rimando, possiede un significato in sé che non si esaurisce nell’oggetto a cui esso rinvia. In questa accezione, la simbologia entra a pieno diritto nel solco di quella produzione cinematografica che non si limita alla rappresentazione del reale ma si preoccupa di introdurre ulteriori elementi di significato.
Tra i registi che più di altri si sono interessati all’orizzonte simbolico, Ingmar Bergman è uno dei maggiori esponenti. Figlio di un pastore, cresciuto in una ricca famiglia di Stoccolma, Bergman scopre fin da giovane i grandi enigmi della vita ed instaura con i genitori un rapporto complesso, aggravato dal carattere malinconico del padre predicatore. Per il dodicesimo compleanno riceve il primo proiettore e, da quel momento, scopre un mondo di evasione nel quale poter dare forma ai sogni che per lui avevano sostituito le immagini del reale. La carica simbolica di Bergman trov ampia realizzazione nella pellicola Il settimo sigillo (1956). In una Danimarca devastata dalla peste, il cavaliere Antonius Blok è di ritorno dalle Crociate insieme all’agnostico scudiero Jons. Ad attenderli al loro arrivo sulla spiaggia è la Morte, che ha deciso di portare via Blok: “È già da molto che ti cammino a fianco, sei pronto?” chiede la Morte, “Il mio spirito lo è, non il mio corpo” risponde il cavaliere che decide di sfidarla a scacchi. La partita ha inizio e si svolge in più riprese, mentre Blok e lo scudiero attraversano il paese incontrando molte persone divise tra quante si sottopongono a dure forme di mortificazione per espiare i peccati e quante sono dedite alla pratica dei piaceri. Nel percorso, i due fanno conoscenza di una famiglia di saltimbanchi che sembrano non risentire del dramma che attanaglia la Danimarca e vivono di amore e serenità. L’unione di Jof, Mia e il bambino
spingerà Blok verso una rinnovata fede e lo avvicinerà a Dio. Ma nella foresta, di notte, la Morte si avvicina al cavaliere e ai suoi nuovi compagni per prenderli tutti con sé. E così Blok, nel corso dell’incontro di scacchi, rovescia intenzionalmente i pezzi permettendo ai saltimbanchi di scappare mentre la Morte riordina con inganno le figure e dà scacco matto al cavaliere. Memorabile la scena finale con Jof che, risvegliatosi con la famiglia sulla riva di una spiaggia, vede in lontananza la Morte che porta via Blok insieme ad altri che la seguono in una danza verso l’ignoto: “Mia, li vedo! Mia, li vedo! Laggiù contro quelle nuvole scure. Sono tutti insieme…e la morte austera li invita a danzare. Vuole che si tengano per mano e che danzino in una lunga fila. In testa a tutti è la morte, con la falce e la clessidra…danzano solenni, allontanandosi lentamente nel chiarore dell’alba verso un altro mondo ignoto, mentre la pioggia racquieta i loro volti e terge le loro guance dal sale delle lacrime”. Il finale simbolico che Bergman sceglie per Il settimo sigillo è aperto alla speranza: sono gli umili e i semplici, rappresentati nei personaggi dei giocolieri, a salvare le proprie vite. Tutta la pellicola è una metafora del rapporto fra l’uomo e Dio, un incontro fatto di tensione e ricerca come testimoniano le parole del cavaliere Blok: “Perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? Per quale ragione si nasconde dietro mille e mille promesse e preghiere sussurrate ed incomprensibili miracoli? Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri? E cosa sarà di coloro i quali non sono capaci né vogliono avere fede? Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Perché continua a vivere in me e sia pure in modo vergognoso e umiliante, anche se io lo maledico e voglio strapparlo dal mio cuore? E perché nonostante tutto Egli continua ad essere uno struggente richiamo di cui non riesco a liberarmi?”. Ma Il settimo sigillo è un film allegorico che mette in scena anche l’atavico timore degli uomini di fronte al mistero della morte: “Il fatto che la morte rappresentasse la fine dell’esistenza – dice il regista -, l’ingresso in una porta oscura, era qualcosa che non potevo controllare, sistemare o prevedere. Era una sorgente costante di orrore. Allora ho raccolto il mio coraggio e ho raffigurato la Morte come un pagliaccio bianco, una figura che parlava, giocava a scacchi e non aveva segreti. È stato il primo passo per combattere la mia monumentale paura della morte”.
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