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Registi del simbolico. Bergman, Dreyer, Bresson
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Dopo dieci anni di inattività cinematografica, Carl Theodor Dreyer realizza una pellicola densa di simbolismo religioso, Ordet (1955). Morten Borgen è il patriarca di una benestante famiglia di un villaggio dello Jutland. Il primo figlio, Mikkel, è sposato e non credente mentre il secondo, Johannes, è uno studente di teologia che agli occhi di tutti sembra aver perso il lume della ragione, con il suo profetizzare e predicare come fosse la reincarnazione del Salvatore: “Guai a coloro che non credono perché solo quelli che hanno la fede saranno ammessi nel Regno dei Cieli. Amen”. Ad aggravare il momento di crisi spirituale vissuto da Morten è però il figlio più piccolo, Anders, che è in procinto di sposarsi con la figlia del sarto Peter, famiglia appartenente ad una diversa setta protestante. Il clima teso dei Borgen è alleviato da Inger, moglie di Mikkel, madre di due bambine e incinta del nipote maschio tanto atteso dal vecchio Morten. Nel momento Ordetin cui esplode una violenta lite in casa tra il patriarca e il sarto, Inger viene colta dalle doglie e partorisce il bimbo morto. Dopo qualche ora di agonia, anche la donna si spegne. Il dramma improvviso colpisce l’animo di tutti i presenti, restituendo apparentemente la ragione a Johannes che smette di elargire le sue prediche singolari. E mentre gli uomini sono raccolti in preghiera intorno alla salma che sta per essere chiusa nella bara, Johannes pronuncia la Parola in nome della fede limpida e speranzosa della figlia della donna morta. Inger resuscita e tornata a respirare grida: “La vita! La vita!”. Con Ordet Dreyer contrappone due visioni della fede che sembrano essere chiuse in se stesse, da una parte il pazzo Johannes e dall’altra i personaggi che compongono la vicenda. Ma la pellicola del regista danese suggerisce in modo simbolico l’idea che soltanto la fede di coloro che credono con cuore sincero può condurre a Dio, come afferma lo stesso Dreyer: “La fede dei semplici muove le montagne e resuscita i morti perché è fede nella vita e nell'amore”. Per comprendere la struttura del film non si può prescindere dalla storia personale del regista. Venuto al mondo clandestinamente da una madre che svolge lavori umili e si prostituisce per sopravvivere, il piccolo Dreyer viene affidato ad una coppia di genitori adottivi che lo crescono con attenzione ma senza amore. Anni più tardi scopre la causa della morte della madre, spentasi nel tentativo di procurarsi un aborto, e il sentimento di amore assoluto nei confronti di quella donna sarà filo conduttore di tutta l’opera del regista. 


Nel XII secolo Agostino di Dacia compone il distico divenuto famoso nella tradizione medievale cristiana, che riassume i quattro livelli di lettura della Bibbia: “Littera gesta docet, quid credas allegoria, / moralis quid agas, quo tendas anagogia”. Si capisce allora l’importanza del linguaggio allegorico per la comprensione del significato profondo della Scrittura, che necessita di figure e immagini simboliche che possano far vibrare il messaggio di Dio nell’animo umano. È così che anche un asino può diventare metafora e spunto di riflessione sull’uomo e la religione. Balthazar è un ciuco compagno di giochi del piccolo Jacques e dei suoi amici durante le vacanze in un paese basco. Quando il giovane torna a Parigi, Balthazar diventa proprietà della coetanea Maria che, legata da una promessa d’amore a Jacques, suscita la gelosia del guascone e teppista Gèrard. Dopo averla circuita, Gèrard Poster_Au_hasard_Balthazarcompie ogni sorta di angheria sull’asino per poi lasciarlo ad un alcolizzato, Arnold, che di lì a breve muore. Balthazar finisce prima in un circo, esibito per le sue presunte doti matematiche, e poi nelle mani di un meschino produttore di acqua minerale, aggiogato alla ruota di un pozzo. Soltanto alla fine, l’asino riesce a tornare di proprietà di Maria. E quando Jacques torna in paese, per scagionare il padre della ragazza indagato dalla polizia, i due decidono di sposarsi. Gèrard, messo a conoscenza della decisione da Maria, la violenta insieme al branco dei suoi amici. Lei abbandona il paese e quando il padre muore Balthazar resta alla vedova. Finché un giorno Gèrard e un compagno rubano l'asino, per sfruttarlo nel contrabbando di merce. Al confine, Balthazar viene ferito dai finanzieri e muore in mezzo a un gregge di pecore che gli si fanno attorno. Au hasard Balthazar (1966), una delle opere più importanti del regista francese Robert Bresson, è pellicola di ampio respiro simbolico. L’asino Balthazar è, sotto molti aspetti, raffigurazione dell’agnello sacrificale o animale della natività. Le vicende rimandano ad un preciso episodio biblico, quello dell’asina di Balaam (Numeri, 22) che avendo scorto l’Angelo del Signore sulla strada per Balak devia per tre volte il percorso del padrone. Percossa da Balaam, l’asina subisce le umiliazioni che toccano in sorte a Balthazar. Ma Dio dischiude il suo disegno a Balaam e apre i suoi occhi facendolo pentire, mentre la violenza che colpisce Balthazar è un veleno mortale che gli uomini distribuiscono anche ai propri simili. Soltanto alla fine l’asino viene accolto dalle pecore, che si moltiplicano per stargli vicino, negli ultimi respiri della sua vita.

Pubblicato in: Rogate Ergo n.11 - Novembre 2008