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La Bibbia nella storia del cinema
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George_Melies“Datemi due pagine a caso della Bibbia e vi darò un film”. È con questo spirito che Cecil Blount De Mille, tra i primi e più conosciuti registi statunitensi, si avvicina alla ricchezza espressiva e simbolica contenuta nel Libro sacro. L’aforisma di De Mille racchiude una considerazione più generale sulle modalità attraverso le quali il cinema si è appropriato della Bibbia. Pervasa da una tensione drammatica che accompagna  molti passi della scrittura, la Bibbia possiede una caratteristica che la rende terreno fertile dal quale far germogliare adattamenti cinematografici: la forza narrativa. Il messaggio salvifico contenuto nel Libro, mirabile racconto del rapporto più intimo tra Dio e l’uomo, viene spesso rappresentato per mezzo di una storia: dalla creazione del mondo descritta nel Genesi alla vita di Cristo riferita dai Vangeli, la salvezza dell’umanità è affidata alla narrazione di fatti e vicende. Una narrazione che, nella semplicità, custodisce ed evoca il significato profondo della Scrittura.

Grazie a questa predisposizione naturale al “raccontare” ed “essere raccontata”, la Bibbia è divenuta presto oggetto d’interesse da parte del cinema. Per ragioni che probabilmente attengono alla necessità di nobilitare la nuova arte appena nata, già il cinema francese dei primi anni si ispira al racconto biblico producendo diverse pellicole tra le quali Passion Lumière (1897) di Georges Hatot, Christ marchant sur les eaux (1899) di George Méliès o Les Reomords des Judas (1909) di Henri Lavedan. Da quel momento iniziale, il cinema si appropria della Bibbia e la riproduce sul grande schermo in modo eterogeneo, spogliandola del valore simbolico e del messaggio inscritto nel testo o vivificandola nel significato profondo che la Scrittura serba e disvela. Semplificando la produzione cinematografica di tema biblico, si può effettuare una classificazione che serva al caso specifico differenziando due filoni principali di film: quelli di esplicito richiamo alla narrazione della Bibbia e quelli che si ispirano ad essa in maniera non diretta. 

Seguendo un ordine cronologico, le pellicole che rientrano nella prima categoria appartengono inizialmente ai pepla o sandal movie. Nel 1923 De Mille, icona del genere, realizza I dieci comandamenti. Prima megaproduzione biblica del regista, che investe un budget di oltre un milione di dollari, il film muto è strutturato in due parti: il prologo biblico, con la liberazione del popolo giudeo e la salita di Mosè sul monte Sinai, e l’episodio di ambientazione moderna, storia di due fratelli che si contendono la stessa donna. Ventitre anni più tardi, nel 1956, De Mille gira un remake dello stesso film mantenendo il titolo invariato e riutilizzando numerose sequenze del precedente, con una spesa di tredici milioni di dollari. Nelle sue opere De Mille traduce la Bibbia con una magnificenza spettacolare, frutto dell’impiego di tutte le tecniche di effetti speciali allora disponibili, e un vigore narrativo che sembrano riempire di suoni il silenzio necessario De_Milleall’ascolto della parola sacra. Tuttavia, merito dei suoi lungometraggi è quello di far conoscere porzioni di Bibbia al grande pubblico non dimenticando, nell’altisonanza del suo cinema, momenti di delicata intimità. Tra i molteplici film biblici diretti da De Mille, meritano una menzione Il segno della croce (1932), Sansone e Dalila (1949) e Il re dei re (1961). Dello stesso periodo, due altre produzioni cinematografiche attingono al materiale offerto dalla narrazione biblica per confezionare una sceneggiatura ambientata in epoca romana: Quo vadis? di Mervyn LeRoy (1951), storia d’amore fra un patrizio e una cristiana al tempo della persecuzione di Nerone, e Ben Hur (1959) di William Wyler, magniloquente rappresentazione delle vicende dell’ebreo palestinese Ben Hur. Nel colossal di Wyler, realizzato trentacinque anni dopo l’omonima pellicola di Fred Niblo, trovano spazio alcune scene della Passione di Cristo. La Bibbia, dunque, si rivela miniera inesauribile da cui ricavare spunti per la realizzazione di film che talvolta esulano dall’elemento religioso, relegato in secondo piano, a vantaggio di una opulenza rappresentativa. Il 1966 è l’anno della pellicola realizzata da John Huston, La Bibbia. Regista ateo, Huston gira un lungometraggio sui primi 22 capitoli del Genesi prodotto da Dino De Laurentiis. Non eccellente quanto a giudizio complessivo, La Bibbia regala però riprese suggestive del diluvio universale con la costruzione dell’arca per salvare Noè, la sua famiglia e gli animali di ogni specie. Tra le pellicole di esplicito richiamo alla narrazione bibliche, occupano un posto di rilievo quelle che affrontano i Vangeli e la vita di Cristo.