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La Bibbia nella storia del cinema - 2/2 Stampa E-mail
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La Bibbia nella storia del cinema
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Nel 1957 Jules Dassin cura la regia di Colui che deve morire, ambientato in un villaggio greco dell'Asia Minore durante l'oppressione turca. Qualche anno più tardi, nel 1963, un regista italiano realizza un’opera di forte impatto contenuta nella pellicola Ro.Go.Pa.G.: Pier Paolo Pasolini gira il quarto episodio, dal titolo La Ricotta. Il sottoproletario Stracci viene scritturato per vestire i panni del buon ladrone in un film sulla Passione di Cristo. Durante una pausa dalle riprese, Stracci si abbuffa di ricotta per poi morire d’indigestione inchiodato alla croce. Sequestrato per vilipendio alla religione di Stato al momento della sua uscita nelle sale, La Ricotta mette in scena un ritratto profondamente intenso e religioso della figura del PasoliniRedentore: Stracci, che muore sulla croce deriso da una troupe immorale e grottesca, è l’incarnazione del Cristo ucciso da un mondo superficiale e distratto. Un gioiello della produzione cinematografica di Pasolini che, l’anno seguente, realizza uno dei suoi capolavori: Il Vangelo secondo Matteo. Dice il regista: “Il Vangelo è stato per me una cosa così spaventosa che, mentre lo facevo, mi ci aggrappavo e non pensavo più a niente”. Nasce così un lungometraggio che mostra con l’occhio laico di Pasolini la vita del Cristo raccontato dall’Evangelista, mettendone in luce soprattutto l’umanità e regalando, nel misto di tristezza e solitudine che pervade il film, un’opera poetica e religiosa. La pellicola, che vale al regista numerosi premi, fa grande uso della macchina da presa a mano che, nel processo a Cristo, si identifica con la prospettiva di Pietro e non si pone mai al fianco del Redentore quasi ad indicare il limite ontologico cui il cinema deve attenersi. Tra gli altri film che parlano dei Vangeli sono da ricordare il pietoso Il Messia (1975) di Roberto Rossellini, l’opulento Gesù di Nazareth (1977) di Franco Zeffirelli, il provocatorio L’ultima tentazione di Cristo (1988) di Martin Scorsese, l’imperdibile Jesus of Montreal (1989) di Denys Arcand, lo stentato I giardini dell’Eden (1999) di Alessandro D’Alatri e il crudele La passione di Cristo (2004) di Mel Gibson che, fra stuoli di accuse e polemiche, sceglie la strada di una rappresentazione eccessiva e truculenta per risvegliare le coscienze sopite dell’uomo contemporaneo. 

Nel secondo filone di film, che trattano riferimenti alla Bibbia in maniera implicita, rientrano opere di grande sensibilità cinematografica. In una pellicola come Intolerance (1916) di David Wark Griffith, il regista intreccia quattro grandi storie, con un montaggio parallelo inedito per l’epoca, dando vita ad un affresco sulla condizione umana che si scaglia contro l’intolleranza e si ispira ad un sentire religioso in maniera diretta, nel terzo episodio sulla vita di Cristo, e indiretta, con i richiami all’intervento dal Cielo che fa cadere i fucili dalle mani dei soldati e abbatte le mura delle prigioni. Lasciati gli Stati Uniti e sbarcati in Danimarca, si assiste all’opera di Carl Theodor Dreyer, Dies Irae (1943). Con intensità vibrante, la pellicola narra dell'amore tra il figlio di un pastore protestante e la sua giovane matrigna, accusata di stregoneria dopo la morte del marito: afflitta dall’abulia dell’amante e schiacciata dalla condanna sociale, la donna sceglie di morire addossandosi un delitto di cui non è l’artefice. Nel silenzio di Dio, che è poi invocazione e preghiera Decalogodel vecchio Absalon, Dreyer dipinge un dramma sulla fragilità dell’uomo che ha perduto la strada della Grazia. La ricerca di Dio è invece il tema centrale del lungometraggio di Ingrid Bergman, Il settimo sigillo (1956). Il viaggio del cavaliere Antonius Blok che, di ritorno dalle Crociate, è tormentato dai dubbi e accetta una partita a scacchi con la morte in un paese schiacciato dalla peste e dal fanatismo, è archetipo del percorso che l’uomo compie per trovare quel Dio che ridona fiducia al cavaliere per mezzo di una famiglia di saltimbanchi. Au hasard Balthazar (1966) di Robert Bresson è, invece, una sublime pellicola che attraverso gli occhi disincantati di un asino racconta i vizi degli uomini e riflette sull’assurdità del male, mettendo in scena la vita e le sofferenze dell’asino Balthazar. Infine, è la volta del Decalogo (1988/1989) di Krzysztof Kieslowski, caso cinematografico che ha riscosso l’attenzione di studiosi e critica. Prodotto per la televisione e girato in circa due anni di lavorazione, il Decalogo è composto da dieci episodi ognuno corrispondente ad uno dei comandamenti. Tutte le storie, che hanno come filo conduttore un rione di Varsavia, non presentano vincitori o vinti e offrono uno spunto di riflessione unico sulla presenza/assenza di Dio e sul senso del peccato. Un’opera imponente che chiede di essere assaporata e meditata. Tra le altre produzioni degne di nota, si ricordano Come in uno specchio (1961) di Ingmar Bergman, Amore e rabbia (1969) di Lizzani, Bertolucci, Pasolini, Sacrificio (1986) di Andrej Tarkovskij e il più recente La leggenda del re pescatore (1991) di Terry Gilliam.

Pubblicato in: Rogate Ergo n.02 - Febbraio 2008