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Il volto di Cristo
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Piero_della_Francesca_-_ResurezioneIl pesce, l’ancora, la colomba. Tra le immagini scelte dalle prime comunità cristiane per rappresentare la figura di Gesù, l’emblema del pesce è forse quello che meglio incarna la volontà di creare simboli interpretabili soltanto dagli iniziati. Il significato è da ricercarsi nelle lettere che compongono la parola greca iχϑύς, acronimo della frase Iesus Christos Theou Yios Soter ovvero “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”. Per la nascente comunità cristiana, perseguitata e messa al bando, l’uso del simbolismo diviene necessario per poter richiamare visivamente la fede comune. Così il Cristo Redentore si trasforma nel ritratto del Buon Pastore, nel monogramma ΧΡ, nella colomba o nella fenice che risorge dalla morte.
Bisogna però aspettare il II secolo per trovare la prima immagine di Gesù, graffita sulla parete della scuola degli schiavi imperiali sul Palatino. Un uomo crocifisso con testa di asino e una donna che prega ai piedi della croce. L’iscrizione sottostante recita: “Alessameno adora Dio”. È significativo notare che l’effigie di Cristo più antica a nostra disposizione lo rappresenti con testa di animale. Diverse fonti, tra le quali il pensatore cristiano Tertulliano, attestano la consuetudine pagana di schernire i cristiani come adoratori di un asino. Minucio Felice, nel dialogo “Ottavio”, scrive: “Sento dire che i Cristiani venerano la testa della bestia più spregevole, l'asino, non so per che futile motivo”. Soltanto nel IV secolo Gesù compare in forma antropomorfa nelle catacombe di Comodilla con volto e caratteristiche che ricalcano la tipologia etnica di appartenenza: capelli scuri e mossi, barba folta e lunga. Da questo momento l’idea del ragazzo sbarbato che si ritrova nelle immagini allusive dei primi tre secoli del cristianesimo, derivata dal modello del pagano Apollo, si affianca alla concezione di un uomo più verosimile al Cristo realmente esistito. 

Beato il popolo che ti sa acclamare e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto. (Salmo 89,16)
Negli anni che seguono, fino al periodo del Medioevo, l’evoluzione della rappresentazione di Gesù segue un percorso non lineare, complice l’accesa polemica iconoclasta che segna il cammino della Chiesa fino allo scisma del 1054. L’arte bizantina inizia allora una tradizione immutabile che vedrà il Cristo Pantocratore collocato sulla cupola centrale degli edifici, in posizione frontale. Con l’età di mezzo, invece, si assiste ad un cambiamento importante. Scolpita Giotto_-_Compianto_sul_Cristo_mortoin legno di quercia fra il 969 e 976 per l’arcivescovo di Colonia, la prima grande immagine medievale del Messia lo ritrae in posa profondamente sofferente: Dio è diventato uomo. Il dolore entra nell’arte occidentale e viene fissato nel bronzo da san Bernoardo o dipinto nel libro liturgico con il Cristo che lava i piedi agli apostoli dall’Evangelario di Ottone III. 
Umanità, passione ed emotività divengono tratti distintivi dell’arte cristiana e la credibilità visiva della storia rappresentata assume un ruolo chiave nella scultura stilizzandosi nel corso dei secoli con Benedetto Antelami (Deposizione, 1174) e Giovanni Pisano (Crocifissione, 1297). Nella pittura, invece, Cimabue (Crocifisso, 1272-1274) e Giotto (Compianto sul Cristo morto, 1303-1306) segnano una svolta verso la plasticità e la modernità mentre permangono retaggi della cultura bizantina nelle opere di Duccio di Buoninsegna (Maestà, 1308-1311). 

Giusto è il Signore, ama le cose giuste; gli uomini retti vedranno il suo volto. (Salmo 11,7) 
Con l’Umanesimo si raggiunge il massimo della verosimiglianza naturalistica, grazie all’impiego della prospettiva lineare inventata da Filippo Brunelleschi. Esempio della nuova tecnica è la Trinità (1427) del Masaccio, illusione ottica realizzata nella terza campata della navata sinistra di Santa Maria Novella. Il Cristo umano, ferito e sanguinante, è inchiodato alla croce mentre una colomba scende in volo sulla sua testa: “Se i fiorentini si erano aspettati un’opera arieggiante il gotico internazionale allora di moda a Firenze come nel resto d'Europa - scrive lo storico d’arte Ernst Gombrich -, dovettero rimanere delusi. Non grazia delicata, ma figure massicce e pesanti; non curve libere e fluenti, ma forme angolose e solide”.Mantegna_Cristo_morto 
Pittore che meglio riassume la concezione dell’arte umanistica è Piero della Francesca che nella Resurrezione (1463-1465) di Sansepolcro sintetizza nel volto calmo di Cristo l’emozione e la sofferenza per il destino umano. Con lui, il Cristo morto (1470-1480) di Andrea Mantegna è tra le più alte produzioni artistiche rinascimentali per genio e raffinatezza condensate nel viso senza vita di un meraviglioso Cristo disteso. Nello stesso periodo, altri protagonisti come Guido Mazzoni si dedicano alla rappresentazione sacra con straordinaria intensità e dipingono la figura del Messia secondo l’intuizione di un’arte popolare. Su tutti, però, spicca il genio di Leonardo che, nell’Ultima Cena (1495-1498), fissa in un istante un momento centrale della vita di Cristo e regala un dipinto di vibrante partecipazione. Scrive l’artista nel “Trattato della pittura”: “Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell'animo; altrimenti la tua arte non sarà laudabile”. 
Affascinati dalla lezione del pittore toscano, Albrecht Dürer (Gesù fra i dottori, 1506) raffigura il volto di un Cristo serio e assorto mentre Lorenzo Lotto (Pietà, 1508) esplora l’umanità recondita del Salvatore. Passando per l’immagine atroce di Matthias Grünewald (Piccola Crocifissione, 1510) si arriva alle opere di Raffaello (Trasfigurazione, 1518-1520) e poi alle meravigliose Pietà di Tiziano e Michelangelo, che nell’esaltazione del corpo trasfigura l’umano in divino. Senza dimenticare artisti come Hugo van der Goes (Altare della Trinità, 1480), Hans Memling (Trittico di Danzica, 1473), Perugino (Ascensione di Cristo, 1496-1498), Botticelli (Compianto su Cristo morto, 1495),  e Giovanni Bellini (Unzione di Cristo, 1472-1474).