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Il volto di Cristo
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Di te ha detto il mio cuore: «Cercate il suo volto»; il tuo volto, Signore, io cerco. (Salmo 27,8)
Nel corso dei secoli che avvicinano all’età contemporanea, sono diverse le figure che si susseguono nel panorama dell’arte cristiana. Un cambiamento significativo è quello impresso da Ludovico Caracci che nel Bacio di Giuda (1589-1590) dipinge un Messia diafano e femmineo abbracciato dall’apostolo traditore, scena di seduzione che provoca repulsione. Da qui al culmine della rivoluzione pittorica il passo è breve. L’apice del realismo, di cui la luce diviene protagonista assoluta, è raggiunto con Caravaggio: nella Vocazione di San Matteo (1599-1600) Gesù è un giovane uomo del popolo che punta il dito per indicare l’evangelista, in un gesto che ricorda la mano di Dio impressa da Michelangelo nella volta della Cappella Sistina. Non si possono altresì dimenticare artisti come Bartolomé Esteban Pérez Murillo (San FrancescoCristo_crocifisso_Velazquezabbraccia Cristo crocifisso, 1668) o Diego Velázquez, il cui Cristo crocifisso (1631) è opera di grande valore spirituale e simbolico che, nonostante il tragico avvenimento narrato, comunica una sensazione di partecipazione e serenità. E ancora, la “divinità umanata” di Guido Reni, che nel Crocifisso (1639) trova la piena maturazione nell’eleganza fisica del Redentore; la classicità di Nicolas Poussin, con la solenne Sacra famiglia (1648); la grazia di Francisco de Zurbarán nel Cristo crocefisso (1627); e il moderno Giambattista Tiepolo, autore della Resurrezione (1741). 
In tempi più recenti, l’immagine di Cristo segue tendenze inedite con il pittore romantico William Turner e il Gesù con barba e capelli rossi del Cristo nell’orto degli ulivi (1889) di Paul Gauguin. Si assiste ad un rinnovato interesse nei confronti dell’arte sacra e il Cristo del Novecento non è più l’esempio di forza e perfezione dei secoli passati, soprattutto dell’Umanesimo. Georges Rouault dipinge il Cristo oltraggiato (1912), ritratto tormentato di un Messia senza sguardo, mentre Renato Guttuso scatena uno stuolo di polemiche con la Crocifissione (1941). Fino ad arrivare ad Andy Warhol, rappresentante di spicco della pop art americana, e all’Ultima cena (1986). 

Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? (Salmo 13,2) 
Accanto all’arte pittorica e scultorea, il cinema è senza dubbio una delle massime forme espressive che si è interessata al sacro: “Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema - diceva PassioneCristoIngrid Bergman - per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. Tra i numerosi registi che si sono confrontati con l’immagine di Cristo, due esempi contrapposti offrono altrettante visioni di quel volto immortale che attraversa la storia. Al centro di polemiche che hanno diviso la critica tra adulatori e detrattori, La passione di Cristo (2004 ) di Mel Gibson è una pellicola che, al di là delle facili scelte di campo, si presta ad un approfondimento linguistico. La scelta di spingere la rappresentazione delle ultime ore del Redentore ai confini dell’horror e del repertorio granguignolesco non è casuale. Per riflettere sulla portata salvifica del sacrificio di Cristo, Gibson attinge al registro della violenza, crea un’atmosfera cupa e funerea sottolineata dall’uso delle lingue parlate al tempo (latino e aramaico). E fa percorrere a chi guarda, passo dopo passo, la straziante Via Crucis che porta al Calvario in un crescendo di carne e sangue. Forse a ragione, il regista forza i toni per destare dall’atassia mentale un pubblico che ritiene ormai poco impressionabile ma, al contempo, rischia di imporre una lettura ideologica frutto dello sconvolgimento emotivo nel quale ingabbia Vangelo_secondo_Matteo_Pasolinilo spettatore. Senza lasciare spazio alla capacità interpretativa del pubblico, ritenuto quasi incapace di elaborare autonomamente la narrazione evangelica della morte e Resurrezione del Salvatore. 
Dal volto barbuto graffiato nelle catacombe di Comodilla al Cristo dai capelli rossi di Gauguin, la strada dell’iconografia del Redentore racconta l’immagine di un Dio che nasce del cuore degli uomini. Nel 1964 Pier Paolo Pasolini dirige Il Vangelo secondo Matteo, ricostruzione cinematografica delle pagine del Nuovo Testamento scritte dall’apostolo. La sensibilità di Pasolini si discosta dall’idea del Cristo nobile e ieratico per scavare nel realismo sottoproletario, utilizzando attori non professionisti e comparse selezionate all’interno delle comunità contadine che abitano le località rupestri dove il film viene girato. La faccia di Gesù è affidata a Enrique Irazoqui: sopracciglia scure e unite, fronte alta, espressione incerta, naturale. È questo il Cristo di Pasolini. Troppo uomo per non essere Dio. 
Pubblicato in: Rogate Ergo n.3 - Marzo 2009