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Prima della vittoria Stampa E-mail
Pallina_tennisIl colpo è teso, profondo. La pallina sfiora il nastro e si va a stampare a pochi centimetri dalla linea di fondo campo. Si alza uno sbuffo di terra rossa, il rimbalzo è attutito ma il terreno scavato dai continui passaggi di ruote restituisce una traiettoria inattesa. La pallina si impenna, schizza verso l’esterno. Il giapponese scatta per raggiungerla. È il punto decisivo, ci si gioca la finale.

Aveva conosciuto il tennis così, per caso. Prima dell’incidente non aveva mai preso in mano una racchetta. Già, l’incidente. La notte di capodanno. Era andato a casa di amici per festeggiare, qualche ora di licenza dal servizio di leva. Una serata diversa, dopo i giorni grigi e uguali in caserma. E dire che non aveva mai avuto il vizio di bere, anzi. L’odore dell’alcol gli si era attaccato addosso fin da piccolo, quando il padre tornava a casa dalla partita a carte con i colleghi e dimenticava cosa volesse dire amare una moglie. Certe volte aveva anche tentato di mettersi in mezzo ma un naso rotto e qualche osso incrinato erano stati gli unici risultati. E così quella sera non aveva bevuto un goccio, nemmeno per festeggiare il nuovo anno. Un paio d’ore prima dell’alba si era messo in macchina per accompagnare la ragazza a casa e fare rientro per l’orario stabilito. Ma la pioggia copiosa rallentava il ritorno. I coni di luce proiettata dai fari illuminavano una strada irreale dai Copertina_Parole_in_Corsa_VIcontorni sfumati e una nebbia densa era calata come un manto bianco, trasformando il paesaggio circostante in ombre immerse nella coltre lattiginosa. Il tempo passava veloce, troppo veloce. Se non arrivava in caserma per le sette erano guai: non sarebbe stato il primo richiamo ufficiale, dopo la storia con il capitano. Non lo sopportava e il giorno in cui lo aveva costretto al doppio turno di corvè per una distrazione durante l’esercitazione al poligono, aveva volutamente lasciato aperta la cella frigorifera della cucina prima di ritirarsi in branda. Al mattino, erano poche le provviste ancora buone e la reprimenda non era tardata ad arrivare. Prossimo sbaglio, gli aveva assicurato il capitano, e passi qualche giorno dietro le sbarre. Non poteva permetterselo, suo padre non se lo sarebbe mai perdonato. E poi la strada la conosceva bene, che bisogno c’era di andare così piano. Ma quella curva, quella maledetta curva non la ricordava così stretta. Possibile che il muretto non fosse più alto? E quando avevano messo il fiume al di là della strada? Curvo sulla carrozzina il giapponese si allunga verso la palla. Sembra elastico, piegato a quel modo non si capisce come riesca a mantenere l’equilibrio. Spostando il corpo all’indietro cerca di anticipare la strana traiettoria che il terreno ha impresso al colpo. Per arrivare in tempo, prima che sia troppo tardi per ribattere. Con un movimento improvviso del bacino cambia direzione alla corsa, artiglia il corrimano e si sporge con il braccio sinistro. Colpita. Ne esce un diritto anomalo, che fende l’aria dopo lo schiocco nell’impatto con le corde della racchetta. Non ci può arrivare, pensa il giapponese. È un colpo troppo stretto, troppo angolato.

Buio e sangue. E poi acqua. Acqua da tutte le parti, gelida e penetrante. Capovolto nell’abitacolo, aveva provato a sottrarsi dalla stretta della cintura di sicurezza per scivolare fuori dall’automobile e cercare lei. Si era girato a guardare il sedile del passeggero ma lo aveva trovato vuoto. Nessun segno della ragazza. Soltanto buio, e il rumore incessante di acqua che scorre. Un suono cupo, continuo, crescente. Nonostante lo sforzo, non aveva fatto il minimo progresso. Cercava di spingere con le gambe contro il tetto ma non riusciva a muoverle. Morte. Forse il freddo le aveva addormentate. Quando arrivarono i soccorsi ci misero del tempo a trovare la ragazza. Nell’impatto con l’argine ghiaioso del fiume era stata sbalzata fuori dal parabrezza, finendo nel fitto di una palude di canne. Era in stato di shock per ipotermia. L’acqua gelata ne aveva intorpidito i sensi impedendole di sentire il dolore. Il tendine del piede sinistro si era reciso, scoprendo l’osso del calcagno. Sarebbe tornata a camminare di lì a qualche mese, anche se in maniera diversa rispetto a prima. Lui, invece, avrebbe smesso di farlo. Frattura da scoppio della quarta e quinta vertebra lombare con fuoriuscita di liquido spinale, avevano detto i dottori. Sedia a rotelle, in parole povere. Una lesione del midollo fra i cinque e gli otto millimetri, tanto poco era bastato a paralizzare gli arti inferiori. Per molto tempo era vissuto in un limbo temporale, incapace di percepire lo scorrere delle ore ed entrare in relazione con il mondo esterno. Con l’incidente non era morto, questo no. Ma la speranza aveva smesso di vivere. Se ne era semplicemente andata, senza avvisare. Aveva spento la luce. Nel periodo di ricovero era stato in stanza con un ragazzo che giocava a tennis in carrozzina. Si era ripromesso che un giorno avrebbe provato anche lui. Un giorno, quando un barlume di quella luce avesse ripreso a scintillare.

La pallina viaggia veloce. Taglia il campo inseguita dal vento. Può arrivarci su quel colpo, ce la può fare. Serve solo un ultimo sforzo, prima della vittoria.


Pubblicato in: Parole in corsa VI